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Introduzione.


di Giovanni Conso - Presidente emerito della Corte Costituzionale

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Il titolo di questo Convegno organizzato dall'Associazione "Fontes", prendendo le mosse dalla parola "azione", guarda con chiara evidenza alla concretezza di quanto l'Italia ha fatto, sta facendo e farà, o meglio, dovrà fare nelle sedi internazionali competenti per la tutela dei diritti umani, il tutto con sottinteso riferimento agli anni del secondo dopoguerra.

E' un argomento di cui si parla sempre di più, un po’ dappertutto ed in ogni occasione, tra il proliferare di Carte, il nascere di sedi, il moltiplicarsi di organi, segnale indubbio di buona volontà e di impegno civile. Però, non saprei dire se, alla fine, i conti torneranno in misura congrua rispetto alla volontà e all'impegno, perché, quando l'attivarsi è tanto, il rischio di sovrapposizioni, correlativi malintesi e contrasti, cresce in proporzione, compromettendo in maggiore o minore misura l'efficacia degli strumenti messi in atto.

Una panoramica come quella qui programmata, scegliendo anche le sedi internazionali più significative e ricche di esperienza in materia per la quantità delle adesioni e l'entità degli apporti, credo sia stata una felice idea per arrivare ad ulteriori miglioramenti della situazione complessiva. Un attivarsi in particolare si impone: quello di adattare con più prontezza e puntualità il nostro ordinamento interno alle Convenzioni internazionali, specie quando si tratta di una materia estremamente delicata e cogente come quella dei diritti umani. Infatti, se le intese raggiunte a livello internazionale non ricevono adeguata traduzione negli ordinamenti interni dei paesi interessati, il rischio di restare nella vaghezza di un sostanziale velleitarismo è praticamente scontato.

Tutto questo, almeno per quanto riguarda l'Italia, è purtroppo, agevolato dalla irrazionale crescita nel nostro Paese di prassi legislative che continuano a far sentire il loro peso negativo sia sul piano dei rapporti interni, dove si ritiene che emanare norme su norme sia di per sé un fatto positivo, sia sul piano dei rapporti internazionali, dove tende a prevalere una sempre più diffidente, frenante, prudenza.

A questo secondo proposito, che, poi, è quello che qui interessa, troppo spesso si dimentica (o si vuole far dimenticare) come il problema, che si colloca a valle, dell'appena ricordato adattamento degli ordinamenti interni agli obblighi assunti a livello internazionale sia sostanzialmente altrettanto importante del problema che si colloca a monte, della firma e della ratifica richieste per diventare parte di ogni trattato.

Se l'ordinamento interno non viene prontamente adeguato alle novità che ciascuna convenzione, tanto o poco, sempre comporta, si rimane con un telaio incompleto, che, nei momenti di concreta applicazione bisognosi della nostra partecipazione nazionale, si blocca, ostacolando il raggiungimento dei risultati perseguiti, donde sicuramente delusioni, imbarazzi, e complicanze.

Un problema, più specifico, che, nell'ottica appena accennata, mi sto ponendo da qualche tempo, anche se non se ne parla ancora come, invece, si dovrebbe, riguarda la Corte criminale internazionale permanente, il cui Statuto, approvato nel luglio del 1998, è in attesa dell'ormai prossima sessantesima ratifica necessaria per la sua entrata in vigore. Ebbene, noi italiani - più esattamente Governo e Parlamento - stiamo dando l'impressione di ritenere definitivamente risolto il problema della nostra partecipazione all'evento con il varo, invero piuttosto rapido (siamo stati il quarto Stato a farlo, già nei primi mesi del 1999, tanto da menarne subito vanto), di una legge intitolata, appunto, alla ratifica dello Statuto, mentre, a mio avviso, quel vanto diventa, giorno dopo giorno, sempre meno giustificato.

Ratifica a parte, nulla, invero, si è per ora realizzato sul fronte, ineludibile, dell'adeguamento delle nostre normative penali e processuali penali alle regole, alcune molto innovative, fissate dallo Statuto. E dire che l'iniziale disegno di legge per la ratifica italiana, presentato dal Governo nell'autunno dello stesso 1998, constava di due parti, la prima proprio per adattare e la seconda per ratificare.

Quando, però, ci si accorse che non lievi erano le divergenze da superare in ordine all'adeguamento interno, fu presa la decisione di stralciare la parte ad esso relativa per meglio affrontarla separatamente, concentrando l'obiettivo immediato sulla ratifica. Poiché a quest'ultimo proposito l'accordo era amplissimo, fu facile arrivare presto all'approvazione, mentre, quanto al ben più difficile capitolo dell'adeguamento destinato sin dall'origine a divenire oggetto di delega, cominciava l'attesa, in partenza ipotizzabile come breve se il meccanismo dello stralcio fosse stato gestito con avveduta attenzione. Sono, invece, passati quasi tre anni dall'approvazione dello Statuto ed oltre due dal deposito della ratifica italiana, ma, sul piano dell'adeguamento, non si è fatto praticamente nulla da parte nostra, salvo l'intervenuto insediamento di una commissione ministeriale che avrebbe dovuto proporre al Governo almeno una bozza di soluzione del tanto delicato, quanto essenziale problema.

E mi domando come questo modo italico di muoversi a tutela dei diritti umani possa essere valutato all'estero, per esempio in Francia, dove si è addivenuti alla ratifica più tardi che in Italia solo per aver voluto modificare preliminarmente la Costituzione.

Il mio timore è che, una volta sopraggiunta la sessantesima ratifica, a noi, tra i primi a ratificare, ma scopertissimi sul terreno dell'adeguamento, possa venire provocatoriamente rivolta una domanda del tipo "quale ratifica è mai quella che non sia stata seguita dalla predisposizione di quanto occorra per la funzionalità del trattato?". E peggio sarebbe se, una volta entrata in funzione la Corte, l'Italia non fosse in grado di corrispondere a richieste di collaborazione sul suo territorio per mancato recepimento nella nostra normativa, delle previsioni oggetto di specifica richiesta.

A conferma dell'assoluto disinteresse ufficiale, non abbiamo ancora sentito alcun partecipe della campagna elettorale in corso dire una parola su questi problemi, tanto meno su questo più particolare e delicato. Mi auguro che, una volta girata la boa delle elezioni, chi ne avrà la legittimazione voglia e sappia prestare fattiva attenzione all'esigenza di adattare a questa ed altre Convenzioni, pur esse dimenticate, l'ordinamento nazionale. Se ciò non avverrà, coloro che nelle varie Sedi internazionali portano la voce italiana, si troveranno sempre più esposti all'obiezione di mancata ottemperanza ad impegni che, per la loro nobiltà, non consentono remore di qualsiasi genere. Né mancano ulteriori motivi di preoccupazione: poiché l'attenzione della gente a queste cose è molto scarsa, difficilmente i mezzi di informazione saranno pronti ad appoggiare che chiede di vedere presto risolto il problema.

E', intanto, giunto il momento di passare la parola agli illustri, competentissimi, relatori, cominciando con l'onorevole Pasquale Bandiera, che, in quanto presidente della Lega italiana per la tutela internazionale dei diritti umani, ogni anno presenta a Ginevra una relazione sull'impegno generale dell'Italia nel settore. Parlare di Nazioni Unite fa pensare di primo acchito all'Onu di New York, ma anche a Ginevra c'è un'istituzione che opera con continuità, precise scadenze annuali e puntuali rendiconti, nel segno prezioso della concretezza. Qualche buona notizia potrebbe venire proprio da qui.



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