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Riconciliazione: “Solo dal perdono nasce l’amore” N. MANDELA


di Agnese Anna Vaglio - Progetto di Open Community Giuridica Infoleges.it

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“Quando sono uscito di prigione, questa era la mia missione, liberare sia gli oppressi che l’oppressore. Qualcuno afferma che lo scopo è stato raggiunto. Ma io so che non è questo il caso. La verità è che noi non siamo ancora liberi; abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora compiuto l’ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo e anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri”.

Long walk to freedom, autobiografia di Nelson Mandela.

Nelson Mandela, oggi uomo politico del Sudafrica, ieri perseguitato e condannato all’ergastolo perché oppositore della politica di segregazione attuata dalla minoranza bianca al governo.

Sudafrica: paese che dal 1948 al 1994 ha vissuto la politica dell’Apartheid, perfezionata nel 1951 con la costituzione dei bantustan, chiamati formalmente homelands (“patrie”), territori destinati ai diversi gruppi bantu, che così erano separati sia dalla comunità bianca al potere, sia tra loro.

Nella lingua afrikaans il termine apartheid significa "separazione" proprio per indicare la rigida divisione razziale che regola le relazioni tra la minoranza bianca e la maggioranza non bianca della popolazione. Politica di segregazione razziale, politica statale globale sostenuta da leggi, inerente tutti gli aspetti della società e tesa a garantire l’assoluto predominio della minoranza bianca.

Gli oppositori dell’apartheid sono stati perseguiti penalmente e il governo ha inasprito la propria politica di repressione fino a trasformare il Sudafrica in uno stato di polizia. Con la segregazione ci sono stati duri anni di soprusi e intolleranze.

Nel 1940 Nelson Mandela è tra le nuove leve dell’ANC. Nel 1944, giovane uomo di colore, espulso dal college a causa di alcuni scioperi studenteschi, è tra i membri fondatori della lega giovanile dell'African National Congress (ANC), diventandone il segretario nazionale nel 1948 e due anni dopo il presidente.

Dopo gli scioperi contro l'apartheid che culminano nel massacro di Sharpeville (69 persone di colore furono uccise) nel marzo del 1960, il governo mette al bando tutte le organizzazioni politiche nere compreso l'African National Congress (ANC), partito politico fondato nel 1912 come organizzazione non violenta, impegnato nell’abolizione dell’Apartheid, di altre forme di discriminazione razziale e con l’obiettivo dell’instaurazione di una democrazia multietnica. Il principio antiapartheid fu in seguito sviluppato in un programma di riforme democratiche e di unificazione politica di tutto il Sudafrica.

Negli anni Sessanta e Settanta i soprusi e le intolleranze degli anni precedenti sfociano in dimostrazioni e scontri violenti, mentre scioperi e boicottaggi diventano sempre più frequenti. Proprio in questi anni di disordini Mandela è condannato all'ergastolo (1962).

L’ANC riprende l’attività politica nel 1976 in seguito alla rivolta di Soweto, quartiere nei pressi di Johannesburg dove era stanziata la comunità nera, e si rafforzarono grazie anche a una crescente solidarietà internazionale.

Solo nel novembre del 1993 è raggiunto un accordo che mette fine all'apartheid e nel 1994 si tengono le prime elezioni politiche in cui votano gli appartenenti a tutte le razze. Vince Nelson Mandela, primo presidente di colore del Sudafrica dopo ventisette anni di reclusione. Due anni dopo, nel maggio 1996, è varata la nuova Costituzione del Sudafrica.

Non è un colpo di Stato, non una rivoluzione, non una guerra lunga e sanguinosa, a liberare il Sudafrica dall’Apartheid e dai suoi sostenitori. In Sudafrica accade qualcosa di veramente singolare, quel qualcosa che oggi noi vorremmo far accadere in altri posti del mondo, un evento che non è un semplice dato di fatto, ma che sembra quasi il lieto fine di una fiaba del XX secolo.

La pace in Sudafrica nasce dal cuore, dall’intimo del suo stesso popolo. Ogni singolo sudafricano dà il proprio contributo alla riconciliazione, alla costruzione della pace sulla base di sole verità. Oggi i bambini che prima vivevano totalmente separati frequentano le stesse scuole, le squadre sportive che prima erano su base razziale oggi sono miste, per non parlare dei matrimoni che prima non potevano, per legge, attraversare le linee delimitate dal colore della pelle.

“Lunga è la strada verso la riconciliazione”, dice Desmond Tutu, premio Nobel per la pace per la sua lotta contro l’apartheid nel 1984. “Sono loro, bianchi e neri, con la loro magnanimità, la loro generosità e il perdono anche delle malefatte più atroci, ad aver reso tutto questo possibile. (…) Poi ci sono state le preghiere, una leadership saggia al momento giusto, degli esseri umani straordinari che hanno seguito l’esempio spettacolare di Mandela e hanno scelto non la vendetta, ma il perdono e la riconciliazione”.

Per ricostruire il futuro sulle basi del passato, si deve prima fare pace con il passato stesso. La riconciliazione in Sudafrica è stato un processo storico, e soprattutto una lezione sui diritti umani per l’intera umanità.

In un processo il colpevole tende a proteggersi, a negare. Il Sudafrica non vuole questo, il Sudafrica decide di perdonare, di concedere un’amnistia a chi dice il vero, si assume le proprie colpe e racconta a tutti ciò che ha fatto. A stabilire se ciò che è stato raccontato corrisponde a verità, saranno le stesse vittime se sopravvissute o le loro famiglie. L’amnistia è concessa solo se il reato è compiuto tra marzo 1960, quando l’ANC inizia la lotta armata come risposta alla strage di Sharpeville, e il 10 maggio del 1994, quando Mandela è eletto presidente. L’amnistia è concessa solo se il reato ha motivazioni politiche, non per motivazione personale o per crimini comuni. Il colpevole può avere l’amnistia solo con una confessione piena e totale e con la massima accuratezza deve raccontare di ogni persona uccisa e di ogni crudeltà effettuata…Pentirsi.

Le vittime possono recuperare la loro dignità, possono finalmente parlare pubblicamente delle loro sofferenze, gli uomini di colore non devono più avere paura di essere perseguitati e uccisi. Possono parlare padri e madri, fratelli e sorelle. Sono racconti drammatici, storie di vero orrore, c’è tanta sofferenza; storie di persone uccise durante i conflitti politici, persone sottoposte a torture e a gravi maltrattamenti. Si scopre che uno dei metodi di tortura più usato è la mutilazione dei genitali con pinze e strumenti elettrici.

Nel 1990, il presidente del Sudafrica è Frederick de Klerk. Leader importante e pragmatico, toglie il bando all’ANC e agli altri partiti dell’opposizione. Cerca di risolvere i problemi razziali e politici del Sudafrica ordinando la scarcerazione di alcuni prigionieri politici, tra cui il leader Nelson Mandela, detenuto dal 1962.

Nel 1993 Frederick de Klerk e Nelson Mandela ricevono il premio Nobel per la pace.

De Klerk ha avuto coraggio e dobbiamo lodarlo per questo; ultimo leader del regime segregazionista riesce a fare delle cose che molti avevano sognato per anni e che nessuno pensava che avrebbe mai potuto fare, sposa la causa della pace e poi cede il testimone al leader dell’ANC.

Mandela è convinto assertore dell’idea che si deve dare alla vittima l’opportunità di recuperare la parola e la dignità perdute, premessa per creare le condizioni minime affinché si ricostruisca un legame comunitario. La sua idea, la sua filosofia, diverrà il seme della pace nel Sudafrica. La storia ha finalmente l’opportunità di parlare di un capo carismatico, che propaganda la democrazia e la convivenza pacifica di un paese, che dà voce ad oppressi e oppressori. Appena uscito di prigione, Mandela manda il suo primo messaggio al paese: “Riconciliazione e unità”. Con grande sorpresa di tutti parla, senza tracce di amarezza, di riconciliazione; ciò non significa mettere una pietra sul passato, cancellarlo con un colpo di spugna; per Mandela è necessario riesaminare ciò che è accaduto.

La comunità nazionale ha definito l’apartheid un fenomeno criminale, come il nazismo e il fascismo. I criminali responsabili di tutto quell’odio devono avere il loro processo e la loro condanna. Si deve creare un tribunale.

Da numerosi dibattiti tra posizioni estreme nasce la Commissione per la verità e la riconciliazione: non si sarebbe dimenticato il passato e nello stesso tempo non si sarebbero messe in atto persecuzioni e ulteriori spargimenti di sangue. La Commissione per la verità e la riconciliazione è stata istituita nel 1995 dal governo del Sudafrica. Insediatasi nel 1996 sotto la presidenza del vescovo Desmond Tutu, la Commissione ha il compito di capire ciò che è accaduto in tutte le sue sfaccettature e complessità, far luce sulle violazioni dei diritti umani commesse dal 1960 al 1993 dal regime dell’apartheid e dalle varie formazioni politiche che avevano operato in quel periodo.

La Commissione è composta da tre diversi comitati indipendenti.

Human Rights Violations Committee: accerta le violazioni dei diritti umani e ne identifica i responsabili. I membri di questo comitato viaggiano in lungo e in largo in tutto il paese, lavorano a stretto contatto con il popolo, cercano storie significative da poter portare all’interno di incontri pubblici che, ripresi da tv e da radio, permettono di sensibilizzare l’opinione pubblica e di far riprendere alle vittime la propria dignità.

Amnesty Committee: esamina le richieste di amnistia concedendola a quanti, presentatisi spontaneamente davanti alla Commissione, confessano i propri crimini. Allo stesso tempo si preoccupano che i colpevoli degli altri reati non vadano impuniti.

Reparation and Rehabilitation Committee: si occupa del risarcimento e della riabilitazione delle vittime. C’è chi necessita di cure mediche - la gente prima aveva paura di andare in ospedale -, c’è chi ha interrotto gli studi e vuole riprenderli, altri richiedono una tomba su cui piangere i propri cari e altri ancora vogliono dare il nome della persona amata ad una strada o ad una scuola per perpetuare la loro memoria nei tempi.

L’istituzione della Commissione fa nascere molte controversie; tuttavia, soprattutto grazie al ruolo svolto da Tutu e da Nelson Mandela, riesce a favorire l’instaurazione di un clima di dialogo tra la comunità afrikaner e quella nera sudafricana.

Il 70% della popolazione del Sudafrica ha avuto la sua rivincita, ha finalmente la possibilità di chiedere un riscatto per tutte le lacrime versate sulle tombe dei propri cari, di vendicare tutte le umiliazioni e le barbarie che per lungo tempo hanno dovuto subire. Ora sarebbe stato giusto se l’ANC avesse torturato le persone in carcere, se avesse giustiziato chi aveva ideato tutto quel regime di schiavitù umana…Occhio per occhio, dente per dente. E invece non è stato così, lo stesso ANC ammette le proprie responsabilità, ammette d’aver torturato e ucciso, ma ammette d’aver sbagliato. Non si pone fine all’odio scatenando altro odio, non saranno le vittime diventate carnefici, o i carnefici diventati vittime a portare la pace, a riscattare i lutti e ad avviare la democrazia. I fantasmi del passato non devono essere le armi degli agitatori di domani. La comunità nazionale dovrebbe avere la capacità di guardarsi dentro, di ricostruire i tratti di un risorgimento nazionale che può essere fatto solo di negoziazione, di leggi e di strumenti di risarcimento, ma anche ed in primo luogo di elaborazione e analisi del conflitto, per capire ciò che è stato e trovare la strada per ciò che sarà. “Ogni situazione ha, infatti, le proprie dinamiche basate su fattori storici, sulla natura del conflitto e su molte altre questioni. Ma crediamo che un processo di pace non possa essere tale senza un processo di riconciliazione. Il cui attore principale, nella varietà dei soggetti coinvolti - istituzionali e non – sia il popolo. Il sostegno della maggioranza della popolazione sudafricana ha rappresentato, infatti, l’elemento determinante nella riuscita dell’esperienza della nostra Commissione sulla Verità e Riconciliazione.” (Alwin Figgins, Console Generale della Repubblica del Sudafrica in Italia – Fonte: www.auth.unimondo.org/cfdocs/obportal/index.cfm- )

Con l’istituzione della Repubblica del Sudafrica (1994), lo stesso Desmond Tutu prosegue la propria azione pastorale mantenendo contemporaneamente una posizione influente nella politica del paese. Nel giugno 1996, lascia la carica di capo della Chiesa anglicana in Sudafrica e assume la presidenza della Commissione per la verità e la riconciliazione. In una recente intervista, dopo dieci anni dalle prime elezioni multirazziali in Sudafrica, Tutu fa il bilancio di un decennio di conquiste civili, pacificazione e riconciliazione. “Quello che succede in Sudafrica non ha precedenti: una stabilità sorprendente…. Prima del 1994 non eravamo liberi, non eravamo nemmeno cittadini di terza classe nella terra sulla quale eravamo nati….Oggi sono in un paese dove bianchi, neri e indiani vivono, tutto sommato, pacificamente ed insieme. Certo abbiamo numerosi problemi, come una povertà endemica e infame, la piaga dell’Aids che sta devastando la popolazione, la disoccupazione che toglie speranza al futuro. Ma del resto fatemi vedere un solo paese al mondo dove non ci siano dei problemi”.

Il Sudafrica ci insegna come costruire una nuova cultura basata sul rispetto dei diritti dell’uomo. Ci sono vittime e rei da entrambe le parti del conflitto, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione è la prima esperienza che tenta di offrire uno spazio a tutte le persone coinvolte, senza confondere chi ha sofferto con chi ha provocato la sofferenza.

A molti è sembrato improprio che coloro che hanno combattuto una "guerra giusta" siano messi sullo stesso piano degli oppressori. Le sole alternative sarebbero state un'amnistia generalizzata (blanket amnesty) o la giustizia criminale sul modello del Tribunale di Norimberga. In Sudafrica, invece, il negoziato e il compromesso sono stati i caratteri principali per consentire una transizione incruenta e la nascita di una democrazia pluralista. L'istituzione della Commissione per la Verità e la Riconciliazione ha avuto come scopo principale quello di unire i sudafricani, di prospettare un cambiamento relativamente pacifico dall'apartheid verso un ordinamento più democratico. Tra le condanne anche episodi delittuosi in cui è stato coinvolto l’ANC durante la sua lotta.

Nell'ottobre 1998 la Commissione per la Verità e la Riconciliazione consegna a Nelson Mandela il rapporto sui suoi tre anni di attività; è un documento che raccoglie più di 3500 pagine e cinque volumi. Non è stato un percorso facile l’accertamento della verità, l’ammissione delle colpe, il perdono, l’amnistia: 21.800 le terribili testimonianze rese da vittime e familiari, 1.163 i persecutori amnistiati. Ma il processo di riconciliazione non si conclude con la presentazione del rapporto, anzi, esso ha aperto una lunga serie di processi penali e civili. Ci vorrà molto tempo prima che la memoria del sangue versato cessi di eccitare gli animi alla vendetta. Ma, grazie al processo di riconciliazione, la strada verso la pace è macchiata di molto meno sangue di quanto fosse lecito attendersi dopo una storia di atroce razzismo e di feroce crudeltà.

In seguito alla consegna del rapporto, la Commissione inizia la valutazione delle 7000 richieste di perdono. Nel 1999, Thabo Mbeki sostituisce Mandela alla presidenza dell’ANC. Nel 2003, il Parlamento accetta il responso finale della Commissione per la Verità e Riconciliazione. Gli ultimi provvedimenti adottati riguardarono programmi di progetti simbolici della lotta e dell’ideale di libertà. Un esempio è il Freedom Park Monument.

In futuro, l’esempio del Sudafrica - adottare un sistema di riconciliazione per raggiungere sul medio lungo periodo la pace tra vittime e carnefici - potrebbe essere studiato e riapplicato, tenendo conto degli inevitabili errori verificatisi in virtù del fatto che si è battuta una strada raramente praticata in precedenza. L’esempio del Sudafrica potrebbe fornire elementi assai utili per nuovi modelli di pacificazione da applicare in altre parti del pianeta dove l’odio etnico, religioso e politico travalica qualsiasi logica pragmatica di risoluzione dei conflitti, avvolgendo le popolazioni in spirali di violenza senza fine.



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